Mezze Stagioni, CKF in Corea!
Mezze stagioni
(Bulyeong e Jinbu. 31 agosto, 1 settembre 2012)
Non ci sono piu’ le mezze stagioni. Per fortuna! Un monsone che dovrebbe investire il Paese tra giugno
e luglio continua a farci visita quasi settimanalmente e con insistenza irragionevole, quasi punitiva,
funesta i fine settimana con acquazzoni torrenziali per poi divertirsi a lasciare spazio al sole e al cielo blu
dal lunedi al venerdi.
Cosicche’ nell’ultima setitmana, il sole che anche lui c’ha un suo orgoglio, una sua dignita’, se ne e’
proprio andato, irritato da questi giochetti da monsone. E al posto suo, si sono abbattuti su l’intera
penisola due tifoni di sud est che hanno rovesciato litri e litri d’acqua sulle nostre teste, rabbuiando il
cielo e i volti, gia’ poco inclini alla comunicazione, dei miei concittadini.
Rari e, ai piu’, incomprensibili si scorgevano sorrisi in citta’ la settimana scorsa, sotto gli ombrelli, oltre i finestrini appannati degli autobus affollati, persino al semaforo, olte la fessura del casco di qualche motociclista inzuppato fino al midollo che in verita’ ben poco avrebbe avuto di cui gioire. Come me d’altronde, seduto accanto a lui sulla mia Vespa. I sorrisi dei canositi. Ce ne fossero di piu’, in questo paese, sarebbe stato proptio come l’ho descritto, ma siccomme siamo in pochi, qualche decina, in una citta’ di quindici milioni di abitanti, le espressioni di entusiasmo si diffondono solo su internet e attraverso e attraverso i blog.
E cosi’ anche il fido compagno Hyunsoo e io, accompagnati da tre amici non pagaianti, sabato mattina
ci siamo ritrovati in macchina, anzi in due macchine, con i kayak sul tetto e neoprene e pagaie nel
bagagliaio – la mia macchina e’ un lungo bagagliaio.
Prima destinazione, valle del Bulyeong, 290 km a sud est della capitale. Sulla via, colazione con zuppa di testa di mucca. E’ un modo di dire. Tipo Strozzapreti, insomma. Non ho visto una mucca decapitata nel cortile del ristorante. Almeno tanto quanto non capiti di vedere preti appesi agli alberi. Poi il cuoco mi ha detto che assomiglio a Charlton Eston.
La valle del Bulyeong e’ una gola stretta tra pareti di roccia rossastra e collne verdeggianti, al cui fondo scorre un torrente sulle cui sponde si nasconde tra due anse un antico tempio buddhista. Nel suo ultimo
tratto, il torrente scorre tortuoso per una ventina di chilometri, pima che la valle improvvisamente si
apra, le rocce si facciano di sabbia e il suo letto si allarghi facendolo scivolare gentilmente in mare.
Il fiume non ha spesso acqua e richiede piogge abbondanti per essere navigabile in kayak. L’avevamo
gia’ sceso due anni fa, Hyunsoo ed io, in condizioni per noi estreme, con il fiume in fase di piena, l’acqua color del cioccolato e reduci da una notte di bagordi nella capitale. Tutto era andato bene e da allora
abbiamo sempre aspettato il momento adatto per scenderlo una seconda volta. I tifoni della settimana
passata ce ne danno ora l’occasione. Il livello e’ perfetto, se non, forse, appena appena bassino. La
discesa tuttavia e’ divertente e impegnativa senza mai dventare veramente rischiosa.
Un solo passaggio di una lunga rapida risulta di difficle interpretazione: per afforntarla avremmo bisogno
di un po‘ di incoscienza, di un po’ di esperienza in piu di passaggi di questo genere e di una o due
persone in piu che possano fare sicurezza sulle sponde. Decidiamo, a malincuore, di trasportare a spalla
i kayak sulle rocce per i pochi metri che ci permettono di aggirare l’imbocco della rapida e di scederla
comunque per il resto della sua lunghezza. Il fiume prosegue poi con parecchie rapide divertenti e
contiue di 3’/4’ (?!?) (mai saputo attribuire i livelli) fino allo sbarco, otto km piu a valle.
La sera ritrovaimo gli amici che intanto hanno girellato un po nella zona e visitato il tempio. Hyunsoo
ed io ci concediamo ancora una sessione di kayaksurf mentre gli amici, iniziano a rivelare preoccupanti
segni di noia. C’e’ chi si accoccola sulla sabbia e fa caffe’ a ripetizione con il fornelletto da campeggio,
chi dorme e chi come ipnotizzato studia ogni minimo movimento di grossi ragni che tessono una tela tra
due alberi e dopo lunga estraniante osservazione, incurante dei richiami, delle domande, degli sberleffi,
anche, che gli vengono rivolti per lungo tempo, si scuote, infine, si desta e trionfante rivolgenosi agli altri
esclama: “Ho capito ora come fanno. Ecco perche hanno otto zampe”.
E’ decisamente il momento di andare. Dopo poco ci tuffiamo in uno squisito stufato di anatra e verdure,
che ancora ricordavo dalla precedente discesa del Bulyeong e che risveglia anche gli entomologi.
La sera stessa decidiamo di dirigere verso nord i nostri bagagliai semoventi, ora anche pieni di sabbia
e avvolti dall’olezzo del neoprene bagnato. Mi rendo conto solo ora di quanto valga l’amiczia dei miei
compagni di viaggio, che, nonostatne gli odori, sono ancora qui a ridere e scherzare.
Dopo tre ore di guida raggiungiamo l’estremo nord del paese, mentre le spiagge che ci scorrono accanto
si avvolgono nel filo spinato arruginito dalla salsedine e poche decine di chilometri piu’ avanti ci sono
sbarramenti, cavalli di frisia, muraglioni di cemento zeppi di esplosivo, soldati e posti di blocco. E poi
non c’e piu’ nulla. Lungo la strada, incrociamo i camion che portano i soldati a prendere posizione
per la notte sulla cime di ogni promontorio lungo al costa. Dalla nostra, invece, prendiamo posizione,
orizzontale, in una modesta pensione vicino al mare. Modesta o “tradizionale”, a seconda dei punti
di vista, della curiosita’ e della predisposizione d’animo, significa che la posizione e’ particolarmente
orizzontale giacche’ si dorme su delle trapunte imbottite distese sul pavimento.
La mattina, un po anchilosati, perche’ in fondo noi non siamo cosi tradizionali, ci mettiamo in macchina
e raggiungiamo Jinbu, il fiume che piu’ mi diverte e che ancora, a volte, con livelli d’acqua importanti presenta diverse insidie. Il vento e le nuvole minacciose nel cielo scuro sopra un mare furioso, rendono oggi ancora piu sinistre le spiagge deserte abbracciate dalle reti metalliche e dal filo spinato e guardate da garitte solitarie dall’intonaco scrostato da tempo. Armati invece solo di pagaie per affrontare
Jinbu e cioccolato e biscotti per contrastare al stanchezza del giorno prima e i postumi articolari della
notte “tradizionale”, arriviamo infine al fiume, che ci offre un buon livello d’acqua che anima rapide,
strettoie, salti, gole e la bella cascatona.
Lo conosciamo, Jinbu, e tutto scorre liscio e divertente fino allo sbarco dove sotto una pioggerillina fitta e continua incontriamo gli amici, mentre dalla capitale messaggi ci chiedono ma che ci siete andati a fare laggiu’ che qua, una volta tanto, nel fine settimana splende il sole e il cielo e’ blu.
Luca Di Vito
Ecco alcune foto:

invio in corso...




Ciau Luca!
è tanto che non ci si sente, volevo qualche tua notizia e ho trovato ste foto figone su sto sito de canoisti, complimenti! Ancora a Seul, quindi….fatti sentire!
Un forte abbraccio da trst,
Sara