Kayak con i Vichinghi! (CKF sbarca in Norvegia!)
Mi sono sempre chiesto come mai in questa città fosse così facile imbattersi in un negozio di parrucchiere: ce ne sono tantissimi, spesso nella stessa strada ed a poca distanza l’uno dall’altro. L’attività di parrucchiere è simpatica e piacevole ma certo nessuno la intraprenderebbe se capitasse in un luogo già pieno di persone che abbiano fatto la stessa scelta. “E’ colpa del governo” mi dicono “è colpa del governo che coccola troppo noi Norvegesi”.
Guardate con me attraverso tutte queste vetrine: vedete anche voi? Non c’è quasi nessun cliente eppure i negozi di parrucchiere continuano serenamente la loro florida attività! “Il governo ci semplifica troppo la vita: se a fine mese non si raggiunge un reddito minimo ci pensa lo Stato ad integrare. In questo modo pochi si impegnano e molti scelgono invece un mestiere senza troppe pretese, come il parrucchiere”.
Sorrido e penso che a molti cittadini dell’Europa mediterranea farebbe gola trasferirsi in Norvegia.
Non è soltanto la generosa mano dello Stato ad attrarre ma anche il sogno di paesaggi sconfinati, il benessere d’una società rispettosa e civile, il fascino etereo d’una terra ancora non completamente piegata all’uomo. “I miei capelli sono troppo lunghi: è meglio avere i capelli corti quando si va sott’acqua così il cappuccio di neoprene tiene di più” sto ormai pensando da qualche giorno. Sono fortunato: la ragazza bosniaca di Gronningens Gate è molto abile ed è anche il parrucchiere più economico che abbia trovato in città. Per sole 350 corone (42 euro) mi scolpisce la chioma in classiche geometrie, pulite ed ordinate.
D’altra parte questo è uno dei preziosi piaceri riservati al sesso maschile: persino l’economicissima Anja mi avrebbe chiesto quasi il triplo se fossi stato una donna.
Mentre cammino per le vie del centro noto un clochard all’angolo del Cafè Hjelen (quello con l’insegna laccata cremisi con il simbolo di un gabbiano dalle ali dorate). Il barbone deve essere uno straniero perché, in caso contrario, avrebbe forse aperto il suo negozio di parrucchiere e lo Stato avrebbe certo avuto zelo nel mantenerlo.
I Norvegesi sono molto attratti da lui: ora c’è un gruppo di ragazzi che lo sta fotografando ed io penso a questo malcapitato che, già sfruttato da una cricca di furfanti che comincia ad infiltrarsi anche qui, si vede anche trattato come inusuale attrazione da fotografare. “Oltretutto questo vento gelido lo starà fiaccando” penso mentre anch’io ne soffro visto che i miei capelli, dopo il taglio di Anja, hanno ormai perso quell’efficace protezione che solo un’inestricabile chioma leonina sa offrire. Sappiate comunque che io oggi sono molto felice: dopo quarantacinque giorni di neve, pioggia e grandine il cielo da ieri sera è nuvoloso ma quieto. Forse oggi non pioverà. E domani? Domani pioverà o tirerà, come al solito, forte vento?
Mi sono svegliato da poco. Scosto la tenda: fuori il cielo è sempre grigio ma le fronde degli alberi non sono mosse dal vento. Mi stendo sul letto, sono nervoso. Penso che forse il vento si alzerà per mezzogiorno, forse pioverà o grandinerà e forse non sarò in grado di condurre bene il kayak. Forse cadrò in acqua e forse non sarò in grado di eseguire l’eskimo. Forse dovrò uscire dal kayak e forse non riuscirò a tornarci dentro neppure con l’aiuto degli amici Norvegesi.
Forse dieci minuti saranno sufficienti per congelare o forse verrò preso in giro da tutti. Penso che forse varrebbe la pena di rinunciare. “D’altra parte io sono solo un principiante, ho fatto un corso-base l’anno scorso nella mirabile Trieste: perché mai dovrei sfidare i terribili draghi fiammeggianti ed il cupo destino che mi attendono laggiù nel fiordo?”.
E invece…mezzogiorno è arrivato ed io adesso sono qui al porto turistico immerso in una festosa selva di pennoni multicolore: mi hanno affidato un North Shore giallo-limone i cui riflessi taglienti mi stanno infondendo vigore e speranza.
Mi carico in spalla il siluro fosforescente e, mentre lo sto portando all’ormeggio di partenza, ripenso al gioioso e bizzarro circolo kayakistico del CKF che ho lasciato a Trieste: l’inarrivabile Fabio, l’argùto Jan, la frizzante Didi, il nerboruto Riccardo, il sornione Bepo e mille altri di cui non conosco o non ricordo il nome. “Se potessero vedermi in questo momento si metterebbero a ridere di gran gusto. Hey guardate…, direbbero, guardate là: c’è il pulcino bagnato che si appresta a solcare le infìde acque nordiche!”.
In effetti mi sento fuori posto. Mi hanno detto che la temperatura dell’acqua è 4° ed io già penso all’eventualità di caderci dentro.
Un mese fa gli amici Vichinghi mi hanno insegnato la tecnica dell’eskimo ma un conto è applicarla in piscina (con kayak da polo e da rodeo) ed un altro conto, immagino, è applicarla sul fiordo e con un lungo e svettante kayak da mare. Afflitto da questi pensieri non mi accorgo bene di cosa ho davanti mentre un calvo omone barbuto mi chiede con perentoria gentilezza nordica “Hai bisogno di una mano per entrare in kayak?”. “No, grazie” rispondo subito io, mi basta però poco per accorgermi che il punto di partenza non è quello che mi aspettavo.
Per me non è affatto facile: l’ormeggio è sopraelevato rispetto al kayak ed il rischio di capovolgersi è reale. Dopo vari tentativi riesco finalmente ad entrare nell’angusto scafo lanceolato e questa impresa mi soddisfa così tanto che quasi quasi finirei qui la mia giornata.
Mi ritrovo invece attorniato da tanti compagni che, silenziosi ma frementi, attendono la partenza flettendo sapientemente i loro scafi in una continua giostra di riscaldamento.
Due esploratori procedono in avanscoperta ed alla fine, verificata la sicurezza delle condizioni meteo-marine, danno il via libera alla pagaiata. Usciamo dal porto e subito si balla: vari fronti d’onda sono diffratti in ampiezze nervose, l’oceano sta esprimendo energia e forte desiderio di conoscerti da vicino.
“Questo è un punto pericoloso” mi dicono “qui devi sempre stare molto attento perché ci sono queste onde fastidiose in ingresso ed inoltre questo è un passaggio per le navi da carico: stai sempre attento!”.
Queste parole non mi allietano ed inoltre non riesco a condurre il kayak con agio: la punta stranamente mi scappa via e sento che sto sprecando molte energie. Mi consigliano di estrarre una pinna posteriore (“skeg”) ed improvvisamente il mio amico giallo-limone si fa molto più direzionale: ora pagaiare è molto più semplice ed io riesco a godermi l’oceano stabilmente in prima fila.
Non è facile: sembra che più che una pagaiata spensierata questa sia una gara a chi va più veloce e tuttavia ciò che vedo mi ripaga della fatica. Il paesaggio è sconfinato: il fiordo è immenso ed è così largo da sembrare un grande lago. Montagne innevate lo incastonano da entrambi i lati e stridìi di gabbiani accompagnano festosamente il nostro incedere. La costa è rocciosa, nervosa, selvaggia: noto con una punta di inquietudine che i possibili punti di sbarco sono rarissimi. Una brezza insistente increspa l’oceano ma per ora riesco a procedere senza troppi problemi. Il sole è incredibilmente sbucato dalle nuvole e questo evento suscita l’allegria generale.
Dopo un mese e mezzo di precipitazioni di varia natura il sole è tornato! Leggo questo evento come un buon auspicio. Dopo una quindicina di chilometri tirati ad Olimpiade, sbarchiamo per il pranzo e per ritemprarci.
La spiaggia rocciosa pullula di Norvegesi d’ogni età ed alcuni sono in abiti sorprendentemente leggeri: mi chiedo come facciano visto che la temperatura esterna è -1°.
Alcuni bivaccano com’è solito fare da queste parti: si accende il fuoco e ci si arrostisce il pesce appena pescato. Tutto questo allegro vociare, il respiro selvaggio della Natura d’intorno, la soddisfazione per essere giunto fino a questa bordo di roccia e l’inaspettato sole mi infondono un profondo senso di benessere.
Gli amici Vichinghi mi offrono da mangiare (io purtroppo mi dimentico sempre che il kayak è provvisto anche di oggetti chiamati “gavoni”
) mentre rimango a secco nel bere.
Al ritorno rimpiango il fatto di non aver bevuto nulla mentre il mio pagaiare si fa sempre più pesante: l’avanzamento è molto più lento ed alla fine mi sento spossato e quasi pronto per abbandonarmi al gelido abbraccio dell’acqua nera. Nondimeno le meraviglie del paesaggio mi distraggono e mi ripagano: abbiamo lasciato la costa ed ora, in mezzo al fiordo, puntiamo dritti verso l’isola di Munkholmen.
Sembrava così vicina eppure è ormai mezz’ora che pagaiamo per contrastare la corrente ed ancora non ci siamo arrivati! Alle mie spalle un rumore sordo: mi volto e vedo il biancore di uno scafo dalla chiglia elegante e sinuosa. Le mani battono nervosamente sullo scafo in richiesta d’aiuto ed il silenzio cala improvviso sul nostro gruppo prima festoso. Io sono troppo lontano per intervenire né chi è più vicino di me presta alcun soccorso: sono in due e sono bloccati dall’emozione.
Dopo interminabili momenti di smarrimento il malcapitato esegue, sul suo affusolato kayak Groenlandese, un eskimo impeccabile per poi iniziare un fluire ininterrotto di rimostranze in uno dei tanti, scorbutici dialetti di queste fiere lande.
Io non parlo l’oscuro (ma mieloso nel suono) idioma vichingo eppur non ci vuole molto per capire ciò che sto ascoltando: “E’ inutile che vi insegniamo le manovre di emergenza se poi, fuori dalla piscina, voi due non le mettete in pratica!”.
Rifletto su quanto ho appena visto mentre ormai davanti mi si staglia l’isoletta in cui una comunità di monaci visse in ascesi fino al secolo scorso.
Una ascesi dura e tagliata dal vento gelido dell’oceano, in un’isola nascosta al mondo dall’opaca lanugine di continue nebbie, senz’agio alcuno e neppure il conforto d’aver appresso un convento di suore con cui intrattenere quelle particolari conversazioni teologiche che tanto aiutano a meglio trascorrere le lunghe e tetre notti d’inverno.
La circumnavighiamo quietamente per poi ritornare al porto prima che il vento, sempre più fastidioso, non imbianchi troppo l’oceano. Alla fine, al riparo dei neri murazzi, mi prendo anche il lusso di provare il mio primo eskimo nell’acqua del fiordo a 4°.
Dopo interminabili minuti di preparazione psicofisica mi offro senza difesa al gelido bacio della dea del fiordo: una dea terribile, dalle brucianti labbra imperlate di ghiaccio, ma che ripaga il mio coraggio con un insperato successo!
Preso da un ingenuo ed incontenibile entusiasmo mi lancio in una ventina di altri gelidi baci a pala corta e a pala lunga fallendone 4 (per fortuna correggendo i fallimenti, tutti commessi “a pala corta”, eseguendo ogni volta un eskimo groenlandese di riparazione). Sono davvero esausto ma felice: la giornata è stata dura ma piena di soddisfazioni e adesso è il momento di sbarcare. Ricordati solo una cosa: cerca di non finire in acqua proprio mentre esci dal kayak in quel rognoso punto di sbarco sopraelevato!
“Gli amici del CKF non ci crederanno mai: l’ultimo dei loro principianti è riuscito a pagaiare sul fiordo di Trondheim con grande godimento e soprattutto senza farsi male!” sto pensando e, mentre lo penso, mi scolo una briosa e spumeggiante Dahls (“a soli” 90 NOK, circa 12 euro) con gli amici Norvegesi nella vecchia taverna del porto. “Lille Skansen” recita l’insegna blu oltremare su cui si sono appena poggiati due grossi gabbiani.



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