Granita Kayak (CKF in Corea!)
7 gennaio 2012 – Prima pagaiata marina dell’anno
Seoul d’inverno è un posto con il cielo blu, senza una nuvola, ma proprio nemmeno una, che ti sembrerebbe di stare in uno qualunque dei milioni di posti del mondo dove il cielo è blu senza una nuvola. E ti verrebbe di uscire, di prendere la bicicletta, la canoa, di metterti le scarpe da ginnastica, di prendere il paniere di vimini e andare a fare un picnic sul prato.
Ma a Seoul d’inverno ci sono dieci gradi sotto zero.
Seoul d’inverno è un posto che se la mattina i gradi sotto zero sono solo cinque, fa caldo e ringrazi Madre Natura per la bella giornata.
Seoul d’inverno è un posto che se non devi prendere la slitta e i cani per andare al lavoro, sei felice.
Seoul d’inverno è un posto che se non ti devi mettere i munbut per uscire di casa ti senti fortunato.
Seoul in tutte le stagioni è anche un posto con tanta gente. Ma proprio tanta. E c’e’ gente dappertutto ovviamente, perché le persone, sono sempre più dei posti in cui andare. Solamente due giorni all’anno Seoul è un posto deserto. Ma non ci penso proprio a rivelare quando. Ovvio.
Seoul in tutte le stagioni è anche un posto rumoroso. Rumoroso di un rumore indistinto e continuo, uniforme e al tempo stesso complesso.
Una lasagna di rumori che si amalgamano e ne formano uno costante, monocorde, che alla lunga diventa impercettibile, perché ti entra nel cervello, fa parte di te e tu sei parte di esso, con il tuo stesso rumoreggiare insieme a quegli altri dieci e più milioni di persone che ti si muovono intorno.
Mettendo insieme queste due constatazioni e cioè che Seoul è intasata di umani e avvolta da un muggito continuo, la considerazione che segue è che se uno è almeno un po’ bucolico, campestre, marino, costiero, ovvero abituato ad avere almeno una fetta del cerchio dell’orizzonte attorno a sé sgombra da greggi di persone o blocchi di cemento e una percentuale delle percezioni auditive riservata al silenzio, ecco, allora quello a Seoul potrebbe non starci tanto bene.
Oppure potrebbe sopportarla bene, la città, per un po’ di tempo, per diversi mesi, diciamo, e poi inesorabilmente e ineluttabilmente dare di matto. Andare fuori di testa. Sclerare. Svegliarsi la mattina e dire questo posto mi ha davvero rotto i coglioni.
E io sono uno un po’ bucolico, campestre, marino, costiero.
Ma oggi sono anche fortunato e quindi non solo ci sono appena cinque gradi sotto zero, sette in realtà perché è mattina, non solo non servono i munbut e non devo prendere la slitta per andare al lavoro, ma soprattutto non devo andare al lavoro perché è sabato.
E come accade spesso d’inverno a Seoul, il cielo è blu.
Mare, azione, canoa, fuga. Kayak sul tetto della macchina e macchina diretta all’isola a sessanta chilometri da casa mia, collegata alla terra ferma da un ponte gigante e su cui si trova l’aeroporto di Seoul.Sull’isola, non sul ponte.
Ci sarebbero, più a sud, a meno di duecento chilometri, coste rocciose, insenature e promontori suggestivi, ma, come sappiamo, Seoul è un posto con tanta gente, veramente tanta, che oggi come me non lavora e potrebbe avere l’idea – pessima e probabile – di mettersi in macchina e andare da qualche parte e intasare la mia autostrada verso sud.
E io non sono per nulla nello stato d’animo di affrontare un medio ingorgo coreano – 15 chilometri -, di fare la fila per parcheggiare e per pisciare in una stazione di servizio.
No.
Un grande e definitivo no. Sopravvivenza oggi significa raggiungere la costa piu’ bella e piu’ vicina e pagaiare. Punto.
Me ne ero dimenticata una, che ci stava bene prima per il ritmo, ma che qui ci sta meglio per la storia: Seoul è un posto che in tutte le stagioni se vai al mare all’ora sbagliata, il mare non c’e’, se n’e’ andato o se lo sono rubato i cinesi. Otto metri di escursione di marea.
Ma oggi sono fortunato e quando arrivo alla spiaggia di Wangsan, la marea ha ricominciato a salire da un paio d’ore. E poi a Wangsan il fondale è più profondo e la battigia più scoscesa che in altri punti della costa, cosicché non ci si trova mai di fronte a una deserto di fango a perdita d’occhio attraverso il quale dover trascinare il kayak per raggiungere il mare.
Condizioni ideali, insomma. Mi imbarcherò con la marea che sale, pagaiando verso sud, attraverserò un piccolo stretto e raggiungerò l’isola di Muuido. La marea sarà ancora bassa e non potrò passare in mezzo al canale tra Muuido e l’isolotto di Silmido, che nel momento in cui ci arriverò saranno ancora una cosa sola, ovvero due isole collegate dalla lingua di sabbia e scogli che emerge con la bassa marea.
Girerò dunque all’esterno, intorno a Silmido, per attraversare l’imboccatura ovest del canale tra le due isole e riprendere a costeggiare Muuido fino a raggiungere la spiaggia di Hanagae.
Oggi sono fortunato, e quando entro in acqua la temperatura è di cinque sotto zero, non c’e’ una bava di vento e il sole splende, per quanto possa splendere il 7 gennaio. La preparazione del kayak e la vestizione del canoista richiedono molta razionalità per passare meno tempo possibile fuori dalla macchina e con parti del corpo esposte all’aria.
Sono fortunato, sì, ma sono sempre meno cinque.
La razionalità e la fortuna mi aiutano. Tuttavia avrei dovuto applicare la stessa razionalità, visto che la fortuna non mi ha assistito, anche quando a casa ho buttato la roba dentro la borsa. Nella confusione del sacco trovo infatti tutto quello che devo indossare: calzini di lana, tutina felpa e licra tipo Pantera Rosa, maglia pile windstopper, guanti di seta, guanti in neoprene, cuffia pile impermeabile, berretto di lana, muta stagna, scarponcini in neoprene e una muffola anti vento e spruzzi da attaccare alla pagaia.
Una? L’altra e’ sul pavimento del bagno. A casa. Occhi al cielo e muta furia. Ho tuttavia l’accortezza di portare comunque con me la solitaria muffola, cosicché durante la pagaiata ogni quindici, venti minuti la faro’ scorrere da una mano all’altra.
Dopo diversi mesi che non prendo la pagaia in mano, è bello ritrovarsi in mezzo al mare e anche fermarsi e sentire il silenzio. Perché a Seoul, in tutte le stagioni, tranne due giorni all’anno, c’e’ sempre quel rumore indistinto e uniforme che a un certo punto fa parte di te e non lo senti più.
E ora mentre smetto di pagaiare per far scorrere la muffola da destra a sinistra, noto qualcosa di strano. C’è qualcosa di insolito.
Mi fermo e ascolto.
E’ il silenzio.
Assoluto.
Sono solo in mare e la costa è abbastanza lontana da ammutolirsi. Mi ci vuole qualche istante per rendermi conto che c’e’ silenzio intorno a me. Mi concentro e me lo godo. Quando sei immerso sempre nel rumore di Seoul, quel rumore indistinto e uniforme che a un certo punto fa parte di te e non lo senti più, quando poi ne esci, ti senti prima spaesato, come ci fosse qualcosa che non va e poi ti rendi conto che sei avvolto dal silenzio, un silenzio che a quel punto assume materialità e consistenza. Un silenzio reale e concreto, presente e fisico.
Fisico e reale come il prelibato torrone CKF e l’Intruglio che mi ha insegnato la Sbarbina – the bollente e Baileys – che mi concedo in una pausa di una decina di minuti in mezzo al mare.
Dopo questa pausa ristoro e diverse pause silenzio con cambio di mano nella muffola, arrivo in vista della lunga spiaggia di Hanagae.
La marea sta salendo ormai da quattro ore e mi avvicino molto rapidamente spinto dalle onde che risalgono la spiaggia. A differenza di Wangsan, a Hanagae, con la bassa, c’e’ un deserto di fango di molte centinaia di metri.
Quando sono ancora lontano dalla spiaggia vedo davanti a me due gabbiani in piedi in un centimetro d’acqua. Consapevolezza che o aspetto due ore, o, e non c’e’ altra scelta, mi toccherà trascinare il kayak nel fango per una distanza che sarà comunque troppo lunga e che sbarcando dovrò pure entrare in acqua fino ed oltre alle caviglie. Occhi al cielo di nuovo e stessa muta furia. Finito di imprecare e mentre penso a quanto ci metteranno i piedi a scongelarsi stasera con il riscaldamento della macchina, vedo una spessa striscia bianca che corre lungo tutta la battigia.
Sono ancora troppo lontano per distinguere chiaramente di cosa si tratti, ma non ricordo nulla di simile su questa spiaggia. Scogli lisci e bianchi scoperti dalla marea che forse non era cosi bassa quando venni qui l’ultima volta? Un muro di schiumazza e lordume? Forse. Un pensiero diverso per un attimo mi attraversa la mente, ma rifiuto di prenderlo in considerazione, non perché mi spaventi, ma perché è di quei pensieri che vengono subito confinati nella sfera della irrealtà e che se non fosse così, allora sì che spaventerebbero.
E l’errore sta proprio lì.
Certi pensieri non vanno guardati dall’alto in basso con supponenza e giudicati dalle apparenze. Bisogna anzi trattarli con rispetto e cortesia, dar loro tutta la considerazione possibile e rivolgervisi con ogni riguardo. Altrimenti, a ragione, offesi, ci si rivoltano contro senza alcuna pietà, con tutta la crudeltà di cui sono capaci e nel modo più naturale e spietato che hanno per vendicarsi: diventando realtà.
Quella che vedo laggiù, infatti, è neve.
Neve.
Me ne rendo conto man mano che avanzo a fatica, trascinando il kayak nel fango. Ci saranno trenta metri di neve e acqua mezza ghiacciata alle spalle della quale c’e’ la striscia di battigia umida e compatta. La cosa strabiliante e che negli ultimi metri prima della sabbia, la neve forma un mucchio, lungo come tutta la spiaggia, segnato dall’acqua, come se, cosa che in effetti è, arrivando a riva, le onde di marea abbiano spinto e accumulato la neve contro la spiaggia ripida. Il segno lasciato dal mare sulla neve è identico alle strisce di sabbia tracciate dalla corrente sui fondali marini o dal vento sulle dune.
Una cosa buona c’e’, il kayak sulla neve scivola che è una meraviglia.
Lo trascino oltre la neve e fino sulla spiaggia, abbastanza in alto da tenerlo al riparo dalla marea che salirà di parecchio mentre io consumerò il mio picnic invernale.
E’ l’una e il sole continua a splendere ed a impegnarsi per scaldare e asciugare un pochino i miei guanti.
Quando riparto, dopo un’oretta, la marea, non ancora al suo culmine, è risalita fino a coprire i primi metri di battigia, superando e ingoiando tutta la neve che ora galleggia in mare.
Mi imbarco all’asciutto e striscio fino al mare solcando con la prua prima e poi con tutto lo scafo un mare di granita. Sì, granita. Galleggiano blocchi biancastri di neve e l’acqua, intorno, si muove lenta, uniforme e compatta, densa e granulosa di ghiaccio. E’ difficile da descrivere perché non ho mai visto nulla di simile se non d’estate rigirando la granita nel bicchiere con cannuccia e cucchiaino.
E invece ora ho in mano una pagaia e sono seduto in un kayak anziche‘ su una sedia del bar del viale. La granita con la pagaia. Chi l’avrebbe mai detto.
Superato lo shock della granita, la marea ormai quasi al suo culmine mi permette di scivolare nel canale, tra Muuido e Silmido, che due ore fa non esisteva. Più volte, nelle due ore che mi separano da Wangsan, mi fermo, con la scusa di scaldare un po’ le dita, e approfitto dell’ultimo prezioso silenzio. Il sole intanto inizia già ad abbassarsi, mentre sul mare che si fa scuro le ombre del canoista e della sua unica muffola si allungano alla mia destra.
Luca Di Vito
8 gennaio 2012


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Complimenti!
Hai messo una chiglia di piombo al kayak rompighiaccio?
Splendido Luca ! Bellissimo racconto … e quasi quasi domani mi vado a prendere una granita in viale …!
a presto
Beatrix
complimenti per l’avventura/esperienza originale…
la neve sulla spiaggia … l’escursione pazzesca delle maree… uno pensa alla groenlandia ed invece…
ma complimenti soprattutto per lo stile narrativo…
è difficile trovare un kayaker che sappia così bene descrivere fatti e sensazioni..
elio
…e invece basta venire in Corea, che sta dietro l’angolo! hahahaha! Vi aspetto tutti per una bella pagaiata con granita! : )
Alla prossima avventura!
Luca
che boba, Luca!
a presto, Sara