|

Periplo di Kauido – Taean gun (CKF in Corea!)

(pado-ri, lion rock, scoglio ingoto, kauido, lion rock, pado-ri – 30km)

Prosegue l’esplorazione costiera da nord a sud della regione del Taean, 180 km a sud ovest di Seoul, sul Mar Giallo, o mare dell’Est come viene chiamato in Corea.

Questo fine settimana il punto di partenza e’ il villaggio di Pado-ri (ri, sarebbe villaggio, tra l’altro), conto di costeggiare la penisola verso sud, e poi di raggiungere l’isola di Kauido, che si trova pochi chilometri al largo della costa.

La giornata comincia bene, con poco traffico intorno e cielo blu sopra la testa. Prosegue meno bene, quando con una frenata un po’ brusca la canoa avanza a gamba tesa di una decina di centimetri lungo il portabagagli. Ovviamente rinforzo gli ormeggi, ma ormai sono divorato dal panico, assalito da visioni di una kayak di 5.40 che si libra in volo in autostrada e atterra falciando selvaggiamente automobili senza pietà. L’altra ipotesi apocalittica e’ che improvvisamente scivoli in avanti infilandosi sotto la mia macchina. Risultato, percorro gli ultimi chilometri a passo d’uomo, controllando le corde a ogni curva. Comportamento lucido e razionale insomma.

Guido tra le colline del Tean, attraverso una vasta pianura con i campi di riso anneriti, dove sono state bruciate le stoppie e quel che resta del raccolto dell’anno scorso prima della nuova semina che si farà tra poco e infine mi risalgo una stradina tortuosa tra le poche, semplici case del villaggio di Pado-ri e riscendo, oltre la sommità della collina, sulla spiaggia del villaggio.

L’atmosfera e’ desolata, la spiaggia ancora in ombra, deserta, un albergo, un ristorante con la terrazza sul mare. Tutto chiuso per l’inverno. I tavoli di legno con le griglie incassate, gli ombrelloni chiusi, i teli di plastica che avvolgono le finestre qua e la, a difesa dal gelo. Tracce di piccoli e lenti lavori edili iniziati in vista della primavera imminente.
La casupola con i bagni, chiusa, mucchietti di sabbia ammucchiati dal vento di fronte alle porte sbiadite. E poi a completare il quadro della spiaggia, la mia macchina, un kayak arancione e un omino seminudo che si contorce, lotta, suda, geme, ringhia e impreca contro una tuta stagna.
Ha infine la meglio sull’infido indumento. Il duello termina quando con lo sbuffo di una vecchia caffettiera la testa sbotta fuori dalla fascia di neoprene e le mani schizzano dai polsini. Giugulare pulsante, respiro affannoso, spalle pressoché disarticolate.

Come al solito entro in acqua da solo, un po’ perché fa ancora freddo e un po’ perché sono un musone scorbutico. Da Pado-ri, punto a sud lungo la costa rocciosa, superando tre o quattro baie e aggirando grossi scogli che emergono qua e là. La marea sta ancora salendo.
In lontananza, davanti a me, sulla destra, a sud ovest, scorgo il profilo di Kaui-do, l’isola dove mi sto dirigendo oggi, e a meta’ strada lo Scoglio del Leone. Dopo un paio di miglia lascio la costa alle mie spalle e inizio la traversata verso l’isola, prima puntando sul Leone, un grosso scoglio alto una quindicina di metri che a me più che a un leone fa pensare alla cresta di un gallo, alla pinna dorsale di un delfino, al profilo stilizzato di un onda. Al berretto dei Puffi.
Costeggio il Puffo gigante e poi mentre me ne allontano, mi volto a riguardarmelo da un altra angolazione ma continuo a non vedere il leone. Forse e’ meglio cosi.
Toh, davanti, a meno di un chilometro c’e’ un isolotto che sembra addirittura avere una piccolissima spiaggia. E’ una deviazione dalla rotta verso Kaui-do, ma e’ il posto perfetto per scaldarmi con un po’ del te e fare la prima merenda.

Mangiato e bevuto, mi arrampico, per pochi metri, a raggiungere la cima dell’isolotto da cui ho un bel colpo d’occhio della costa del Taean a nord, il profilo lontano a sud della penisola di Buan e Kaui-do a un paio di chilometri a ovest.
Con una bella corrente in poppa in pochissimo tempo concludo la traversata e raggiungo Kaui-do.
L’isola e’ stretta e lunga e si sviluppa da ovest a est. Percorro prima il lato nord, aspro e brullo. I toni sono tutti sul marrone, tra rocce sempre in ombra e vegetazione nemmeno sfiorata dall’idea della primavera. Costeggio poi un molo deserto, deserto come la spiaggetta che gli sta accanto con due barchette blu arenate e deserto come la stradina che si inerpica sulla collina e porta a un gruppo di case i cui tetti hanno I tipici colori blu e arancione.
Raggiungo il capo all’esteremita’ ovest e scopro che anche Kaui-do ha il suo canale di Beagle. Con le dovute proporzioni. Ne approfitto ed evitando anche il mare incrociato intorno al capo, mi faccio un altro paio di tazze di te al riparo nel canale.

Questa volta non sbarco a riva e il tea time e’ galleggiante. Il lato sud dell’isola e’ moto piu variato, si alternano baie e spiagge di ciottoli, scogli affioranti in mezzo al mare, qualche albero gia’ (o ancora?) verde. Pagaiando pagaiando scopro un grotta profonda, mi ci infilo, ma non troppo, perché fa un po’ impressione e la risacca al fondo non mi piace per nulla.
Dall’imbocco della grotta scorgo un arco di roccia che forma uno stretto passaggio, come una galleria parallela al mare, lungo la linea della costa. Ovviamente mi ci butto. Nemmeno un colpo di pagaia. E’ la corrente che si occupa di farmici passare attraverso. Continuo a pagaiare verso est, ora con il sole alla mia destra.
Costeggio un molo non dissimile da quello dell’altro versante. Vicino a una casupola, in fondo al molo, c’e’un tizio, seduto su un motorino. Dopo un qualche istante, mentre gi sfilo davanti, a un paio di centinaia di metri, si accorge della mia presenza, scatta in piedi, guarda, si precipita dentro la baracca, sembra chiamare qualcuno e indicare fuori.

Ho movimentato la giornata, a Kaui-do. Se qualcuno c’e’ dentro la baracca, di certo non ritiene il mio passaggio un’animazione sufficiente a schiodarlo da quel che sta facendo. Il tizio del motorino resta da solo, impalato sulla soglia a guardarmi.

Passo altri due bassi promontori che chiudono altrettante baie e avvisto infine l’Arco dell’Indipendenza e i Cristalli. Sono due faraglioni che chiudono l’estremità’ meridionale della spiaggia sul lato ovest di Kauido, allineati con un arco naturale.
In realtà quando ci arrivo io, nel pomeriggio, la marea sta calando e quindi non mi trovo di fronte ne’ dei faraglioni, ne’ un arco che emerge dal mare, ma una lingua di roccia, che chiude un’ampia baia, da cui sorgono due enormi scogli verticali e un altro tondeggiante, con un buco in mezzo.
Un bombolone gigante pucciato nel mare. Passo il Capo Bombolone e mi fermo sulla spiaggia per sgranchirmi un po’, prima di puntare di nuovo verso la terra ferma e lasciarmi alle spalle l’isola, seguendo a ritroso la rotta dell’andata.

Al ritorno, la corrente di marea e la stanchezza – sua incosapevole alleata – ma entrambe scientemente coalizzate con la sfiga più cupa, rendono la pagaiata estenuante…in piu’ a meta della traversatina vedo alla mia destra un rimorchiatore che traina con una cima lunga 400 metri e grossa presumo quanto il pilone di un ponte autostradale un cargo immenso. E le nostre rotte si incrociano. Non posso aspettare li’ in mezzo che il rimorchiatore e la nave passino, perché altrimenti la corrente mi porterebbe chissà dove. Cosicché non ho altra scelta che passargli oltre prima che lui mi passi…sopra. Lo sprint che tra piccole onde nervose e mare incrociato dura quasi mezzora mi diverte. Superato l’ideale punto di collisione, la corrente aumenta e a questo punto sembra spingere lateralmente verso destra, portandomi a scarrocciare verso l’ampio imbocco si un profondissimo fiordo a quasi un chilometro di distanza.

Cosa che naturalmente gradirei evitare. Mentre lentamente procedo contrastando lo scarroccio, mi ritrovo di nuovo tra la Roccia del Leone e un isolone poco distante dalla terra ferma.
Il canale che questi due creano sarà largo quattrocento, cinquecento metri…lo attraverso in diagonale con il Leone alla sinistra e puntando oltre l’isolone che si trova alla mia destra.

Improvvisamente mi trovo un onda lunga in poppa e mi aspetto dunque di venire spinto e di accelerare immediatamente. La sensazione di spinta c’e’, pagaio a ritmo delle onde, ma dopo qualche minuto mi guardo a destra e sinistra e mi sembra di non essere avanzato di mezzo metro…allucinazioni da stanchezza o giochi di prospettiva?
Sono fermo in mezzo al mare nonostante stia pagaiando e abbia l’ipressione di surfare?

Queste cose accadono nei torrenti, quando la corrente crea un onda he frange in direzione opposta a quella della corrente, cosicche ci puoi giocare e surfare stando fermo in mezzo al fiume. Ma questo e’ il mare. Ne sono sicuro. Forse e’ il momento di lasciarsi andare al panico. O magari no, aumento la cadenza e mi accerto di stare effettivamente avanzando. Mi convinco di essere stato ingannato dalla prospettiva…ah come dispongono le rocce in mare questi coreani…

Mentre giungo in vista della spiaggia di Pado-ri, il mare e il cielo, di un grigio verde uniforme,si vestono dei colori del tramonto, del sole che cala alle mie spalle avvolto nella foschia…

Luca Di Vito
Marzo 2010
Seoul

Tags: , , , , , , , , , , ,

Lascia un tuo parere